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Protocollo di Kyoto

Per combattere i cambiamenti climatici è necessario concordare una strategia d'intervento a livello mondiale. La politica internazionale ha lavorato quindi dal 1980 in direzione di un accordo per individuare un percorso di sviluppo e gestione delle risorse energetiche fino a giungere, nell'ambito della Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, all'approvazione della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). L'organo di attuazione della Convenzione è la Conferenza delle parti (COP), periodicamente convocata. La COP1 (Berlino 1995) stabilisce che l'entità delle riduzioni ed i limiti temporali vengano stabiliti in un protocollo da firmare entro il 1997.

La COP3 (Kyoto, 1997) approva per acclamazione il primo protocollo sui cambiamenti climatici, in cui la Comunità Internazionale si impegna a ridurre del 5% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990, nel periodo 2008-2012. Il protocollo entra in vigore quando 55 paesi, che costituiscono il 55% delle emissioni del 1990, procedono alla ratifica.

Il protocollo attualmente non è in vigore, perché non ratificato da un numero sufficiente di paesi.
Per ogni paese è stata fissata una quota percentuale di riduzione delle emissioni sulla base sia del rapporto tra le proprie emissioni e quelle totali sia di considerazioni socio-economiche, territorio, numero e densità di popolazione, ecc. L'Italia, ad esempio, dovrà ridurre le proprie emissioni del 7,5%, gli USA del 7%, il Giappone del 6%, mentre Russia, Ucraina e Nuova Zelanda dovranno stabilizzarle. Si tratta effettivamente di un sistema complesso, progettato per non rappresentare un impedimento alla crescita economica e per incoraggiare lo sviluppo sostenibile e lo spirito di cooperazione tra Paesi; questa complessità ne ha fatto anche uno strumento interpretabile e quindi in qualche misura dall'efficacia ridotta. Uno degli aspetti più criticati e di difficile gestione è quello relativo ai cosidetti meccanismi flessibili, che servono per conteggiare quella parte della riduzione delle emissioni ottenuta in modo indiretto:

a) Sinks, cioè serbatoi di CO2 (anidride carbonica) costituiti da foreste e piantagioni che assorbono una parte della CO2 atmosferica. Il rimboschimento di aree fatto secondo procedure serie può essere una pratica positiva, anche se resta aperto il dibattito su quali parametri scegliere per assegnare una quota di riduzione ad aree boschive in base ad estensione e tipi di specie presenti;

b) Joint implementation, cioè un'attività di cooperazione tra Paesi più e meno sviluppati, in base alla quale è possibile una redistribuzione delle quote di riduzione senza che vi sia alterazione della quota complessiva; in genere si tratta di patti di collaborazione tecnologica;

c) Clean Development Mechanism, cioè un'attività di investimento tecnologico dei Paesi più industrializzati in quelli in via di sviluppo per cui il Paese investitore può far valere come propria la riduzione di CO2 ottenuta;

d) Emission Trading, cioè il commercio delle quote permesso tra Paesi industrializzati, per cui se un Paese compie un cambiamento in positivo nel proprio bilancio delle emissioni può vendere ad altri la quota di CO2 non più emessa.

L'introduzione di questi meccanismi serve per non far arenare la trattativa politica e per coinvolgere anche i Paesi più scettici, sulla base di una riduzione globale. In altre parole non è importante dove si riduce, ma ridurre le emissioni.

 
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